C’è un momento, in ogni sala insegnanti, in cui una conversazione interessante viene interrotta dalla campanella.
Con un collega si stava parlando di qualcosa che avrebbe meritato più tempo: delle difficoltà nelle relazioni con i ragazzi, di una scelta didattica che non convince, di un’esperienza riuscita, di una decisione del collegio, di un libro letto.
Poi suona la campanella. Una entra in classe, l’altro va in un’altra. «Ne riparliamo» significa spesso che non ne riparleremo più.
Il sito Arazzi nasce dal desiderio di non perdere questi fili.
Non per trasferire altrove la sala insegnanti e nemmeno per aggiungere un’altra cosa da fare. Piuttosto per dare tempo ad alcuni pensieri che, nella fretta delle giornate scolastiche, rischierebbero di rimanere incompiuti.
Pochi testi, ma che valga la pena leggere
All’interno del sito Arazzi sono presenti testi nati dall’esperienza e dalla riflessione di chi lavora nella scuola.
Non hanno l’ambizione di inseguire ogni argomento né di produrre continuamente qualcosa di nuovo. L’idea è quasi opposta: pochi testi, abbastanza ampi da meritare una lettura e abbastanza aperti da poter crescere nel tempo.
Un “arazzo” può nascere da un’esperienza in classe, da un dubbio, da una pratica che ha funzionato, da una lettura, da una questione sulla quale sarebbe utile confrontare prospettive diverse.
Chi arriva può semplicemente leggere.
Non è necessario partecipare, rispondere o essere presenti con continuità. Si può entrare ogni tanto, leggere ciò che altri colleghi hanno scritto e andarsene avendo trovato, magari, un’idea da portare con sé.
Ma può anche accadere qualcosa di diverso.
Leggendo un “arazzo”, potremmo pensare:
«Nella mia classe è successa una cosa diversa.»
Oppure:
«Conosco un’esperienza che potrebbe complicare questo ragionamento.»
O ancora:
«Su questo punto non sono convinto.»
È allora che si può passare al “telaio“.
Dietro ogni “arazzo” c’è un “telaio”
Nei castelli un arazzo appeso a una parete è un’opera compiuta.
Ma prima di esserlo è stato su un telaio.
Anche qui accade qualcosa di simile.
Ogni “arazzo” ha il proprio “telaio” : un luogo nel quale il testo può essere intrecciato con nuovi contributi, nuovi fili.
Chi ha qualcosa di significativo da aggiungere non è invitato semplicemente a lasciare una reazione ai margini. Può portare un nuovo “intreccio“: un’esperienza, una fonte, un esempio, una correzione, un’obiezione, una prospettiva diversa.
Quel contributo non modifica automaticamente l’ “arazzo”. Entra nel “telaio”, dove l’ “arazzo” può essere discusso, precisato e messo in relazione con ciò che esiste già.
Usando il “telaio” l’autore può fare domande. Chi ha proposto l’intreccio può accorgersi di essersi spiegato male e riscriverlo. Un’obiezione può rivelarsi fondata. Due esperienze apparentemente contraddittorie possono mostrare che il problema è più complesso di quanto sembrasse.
A volte da questo lavoro nascerà una nuova versione di un “arazzo”.
Altre volte no.
In entrambi i casi il confronto avrà avuto uno spazio e, soprattutto, del tempo.
Non commentare un testo, ma provare a continuarlo
Questa è l’idea centrale.
Siamo abituati a pensare che, quando un testo viene reso pubblico, il lavoro dell’autore sia terminato. Gli altri possono approvarlo, criticarlo o commentarlo, ma il testo rimane sostanzialmente fermo mentre intorno crescono le risposte.
Qui si parte da un’ipotesi diversa:
un testo può essere una tappa del lavoro, non necessariamente la sua conclusione.
Un collega può portare un’esperienza che l’autore non conosceva. Un altro può indicare una fonte che mette in dubbio un’affermazione. Qualcuno può accorgersi di un errore. Un’esperienza fatta in un’altra classe può mostrare che il problema è più complesso di quanto sembrasse.
Questi contributi non devono necessariamente accumularsi accanto al testo.
Possono diventare materiale con cui continuare a scriverlo.
Un esempio
Immaginiamo che Anna scriva un Arazzo sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle verifiche.
La sua posizione è prudente: ritiene difficile distinguere ciò che lo studente sa fare da ciò che ha prodotto con l’aiuto di uno strumento di intelligenza artificiale.
Barbara lo legge.
Nella sua classe ha sperimentato una modalità diversa: gli studenti possono utilizzare l’IA, ma devono documentare le richieste fatte allo strumento, verificare le risposte ricevute e spiegare quali parti hanno modificato e perché.
Barbara potrebbe limitarsi a dire che la sua esperienza è diversa.
Oppure può entrare nel Telaio di quell’Arazzo e portare il proprio intreccio:
Il problema forse non è soltanto permettere o vietare l’uso dell’IA. Alcune esperienze mostrano che è possibile renderne l’utilizzo parte esplicita della prova, chiedendo allo studente di documentarlo e valutarlo criticamente. Rimane però aperta la questione di che cosa, in questo modo, stiamo effettivamente valutando.
Anna può leggerlo con calma. Può chiedere un esempio, sollevare un dubbio, modificare una propria affermazione. Barbara può precisare ciò che aveva spiegato male.
Forse Anna non cambierà idea.
Forse, invece, l’Arazzo cambierà.
Potrebbe contenere ancora la prudenza iniziale di Anna, ma anche l’esperienza di Barbara e le nuove domande che quell’esperienza ha fatto emergere.
A quel punto il testo non sarebbe più soltanto l’esposizione dell’idea dalla quale era partito.
Conterrebbe qualcosa che nessuna delle due avrebbe probabilmente scritto da sola.
Perché lavorare prima sul Telaio
C’è una differenza importante tra scrivere a qualcuno e scrivere davanti a tutti.
Quando ogni risposta è immediatamente pubblica, siamo naturalmente portati a difendere quello che abbiamo scritto. Ammettere di esserci spiegati male, correggere una frase o riconoscere che l’obiezione dell’altro è fondata può diventare più difficile.
Sul Telaio, invece, un intreccio è ancora materiale di lavoro.
Può essere incompleto. Può contenere un’intuizione non ancora ben formulata. Si può scrivere:
«Non riesco ancora a spiegarmi bene, ma nella mia classe è successo questo…»
e partire da lì.
Si può dissentire senza dover trasformare immediatamente il dissenso in una posizione da difendere.
Prima si cerca di capire se dall’incontro tra prospettive diverse possa nascere qualcosa che valga la pena conservare.
L’Arazzo è ciò che si mostra. Il Telaio è il luogo in cui ci si concede ancora di cambiare.
Sale, Telai, Intrecci
I Telai sono raccolti in Sale.
Una Sala riunisce lavori che ruotano intorno a uno stesso grande tema: la valutazione, l’intelligenza artificiale, le relazioni educative, l’inclusione, l’insegnamento di una disciplina o qualsiasi altra questione sulla quale abbia senso tornare più volte.
Dentro una Sala possono esserci diversi Telai.
Ogni Telaio corrisponde a un Arazzo e conserva gli Intrecci attraverso i quali quel testo viene ripreso e, quando serve, trasformato.
Non è necessario conoscere questa organizzazione per leggere.
Serve soltanto quando si decide di passare dall’essere lettori al portare qualcosa di proprio.
Non tutto deve essere intrecciato
Non ogni Arazzo deve cambiare.
Un collega può leggerlo e trovarlo interessante senza avere nulla da aggiungere. Un intreccio può non convincere chi sta lavorando al testo. Due esperienze possono condurre a conclusioni incompatibili.
Va bene così.
Lo scopo non è produrre artificialmente consenso e nemmeno costringere testi diversi a diventare un unico testo.
Scrivere insieme significa anche scoprire che due esperienze conducono a conclusioni differenti e che sarebbe scorretto fingere il contrario.
Il Telaio offre soltanto la possibilità di verificare se quei fili possano essere intrecciati.
Un luogo a bassa intensità
Non è necessario esserci ogni giorno.
Non c’è una conversazione continua dalla quale si rischia di rimanere esclusi. Non bisogna recuperare decine di messaggi arretrati. Non occorre rispondere rapidamente perché qualcuno sta aspettando.
Si può leggere oggi e tornare fra una settimana.
Si può cominciare un intreccio, lasciarlo riposare, cercare una fonte e completarlo quando si ha tempo.
Questo è particolarmente importante a scuola, dove raramente il problema è trovare altre cose da fare. Il problema è trovare il tempo per fare bene quelle che consideriamo importanti.
Per questo Arazzi e Telai dovrebbero rimanere luoghi a bassa intensità: si frequentano quando hanno qualcosa da offrire e si lasciano stare quando non servono.
Non sostituiscono una riunione, un gruppo di lavoro, una chiacchierata davanti al caffè o una discussione tra colleghi.
La scrittura ha semplicemente tempi diversi dalla conversazione.
Permette di rileggere una frase, cercare una fonte, recuperare un documento, lasciare sedimentare un’obiezione e riprenderla il giorno successivo.
Proviamo a mettere questi tempi più lenti al servizio del confronto professionale tra colleghi.
Da dove cominciare
Da qui, da questo Arazzo.
Non occorre sapere come funzionano i Telai.
Si può semplicemente leggere.
Leggere ciò che un collega ha sperimentato. Vedere come qualcun altro ha affrontato un problema che conosciamo. Incontrare una riflessione sulla quale non avevamo mai pensato di avere qualcosa da dire.
Se non succede altro, avremo semplicemente letto il lavoro di un collega.
Ma se, a un certo punto, ci verrà spontaneo pensare:
«Su questo potrei raccontarti cosa è successo nella mia classe.»
oppure:
«Conosco qualcosa che potrebbe essere utile per continuare questo ragionamento.»
potremo riprenderne il filo e aggiungere un nuovo intreccio.
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