C’è un momento, in ogni sala insegnanti, in cui una conversazione interessante viene interrotta dalla campanella.
Con un collega si stava parlando di qualcosa che avrebbe meritato più tempo: delle difficoltà nelle relazioni con i ragazzi, di una scelta didattica che non convince, di un’esperienza riuscita, di una decisione del collegio, di un libro letto.
Poi suona la campanella. Una entra in classe, l’altro va in un’altra. «Ne riparliamo» significa spesso che non ne riparleremo più.
Il sito Arazzi nasce dal desiderio di non perdere questi fili.
Non per trasferire altrove la sala insegnanti e nemmeno per aggiungere un’altra cosa da fare. Piuttosto per dare tempo ad alcuni pensieri che, nella fretta delle giornate scolastiche, rischierebbero di rimanere incompiuti.
Pochi testi, ma che valga la pena leggere
All’interno del sito Arazzi sono presenti testi nati dall’esperienza e dalla riflessione di chi lavora nella scuola.
Non hanno l’ambizione di inseguire ogni argomento né di produrre continuamente qualcosa di nuovo. L’idea è quasi opposta: pochi testi, abbastanza ampi da meritare una lettura e abbastanza aperti da poter crescere nel tempo.
Un testo può nascere da un’esperienza in classe, da un dubbio, da una pratica che ha funzionato, da una lettura, da una questione sulla quale sarebbe utile confrontare prospettive diverse.
L’idea non è quella di generare tanti contributi e tanti commenti, che con il tempo si moltiplicherebbero e diventerebbero ingestibili, ma di lavorare su un ristretto numero di arazzi capaci di dare una visione d’insieme.
Così chi arriva può semplicemente leggere quelli di suo interesse e se vuole contribuire.
La metafora della tessitura
Il sito Arazzi nasce prendendo spunto dalla metafora degli arazzi medioevali.
Quando vediamo nei castelli o nei musei un arazzo appeso a una parete rimaniamo spesso stupiti dalla sua complessità e dalla grandiosa opera di tessitura. Lo vediamo come un’unica opera compiuta, ma prima di esserlo è stato su un telaio, dove una o più persone lo hanno tessuto e ritessuto.
Anche qui accade qualcosa di simile.
Ogni “arazzo” ha il proprio “telaio” : un luogo nel quale il testo può essere intrecciato con nuovi contributi, nuovi fili.
Chi ha qualcosa di significativo da aggiungere non è invitato semplicemente a lasciare una reazione ai margini, un commento in calce. Usando un “telaio” può aggiungere un nuovo “intreccio“: un’esperienza, una fonte, un esempio, una correzione, un’obiezione, una prospettiva diversa.
Quel contributo non modifica automaticamente l’ “arazzo”.
L’autore, ossia chi ha proposto l’intreccio originale, può accorgersi di essersi spiegato male e riscriverlo. Un’obiezione può rivelarsi fondata. Due esperienze possono mostrare che il problema è più complesso di quanto sembri a prima vista.
A volte da questo lavoro nascerà una nuova versione dell’ “arazzo”.
Altre volte no.
In entrambi i casi il confronto avrà avuto uno spazio e, soprattutto, del tempo.
Non commentare un testo, ma provare a continuarlo
Questa è l’idea centrale.
Siamo abituati a pensare che, quando un testo viene reso pubblico, il lavoro dell’autore sia terminato. Gli altri possono approvarlo, criticarlo o commentarlo, ma il testo rimane sostanzialmente fermo mentre intorno crescono le risposte.
Qui si parte da un’ipotesi diversa:
un testo può essere una tappa del lavoro, non necessariamente la sua conclusione.
Leggendo il testo dell’arazzo un collega può pensare di voler contribuire, apportando la propria esperienza. Questo contributo non deve necessariamente accumularsi accanto al testo.
Può diventare materiale con cui continuare a scriverlo.
Un esempio
Immaginiamo che Anna scriva un “Arazzo” sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle verifiche.
La sua posizione è prudente: ritiene difficile distinguere ciò che lo studente sa fare da ciò che ha prodotto con l’aiuto di uno strumento di intelligenza artificiale.
Barbara lo legge.
Nella sua classe ha sperimentato una modalità diversa: gli studenti possono utilizzare l’IA, ma devono documentare le richieste fatte allo strumento, verificare le risposte ricevute e spiegare quali parti hanno modificato e perché.
Barbara potrebbe limitarsi a dire che la sua esperienza è diversa.
Oppure può entrare nel “Telaio” associato all’ “Arazzo” e portare il proprio intreccio:
Il problema forse non è soltanto permettere o vietare l’uso dell’IA. Alcune esperienze mostrano che è possibile renderne l’utilizzo parte esplicita della prova, chiedendo allo studente di documentarlo e valutarlo criticamente. Rimane però aperta la questione di che cosa, in questo modo, stiamo effettivamente valutando.
Anna può leggerlo con calma. Può chiedere un esempio, sollevare un dubbio, modificare una propria affermazione. Barbara può precisare ciò che aveva spiegato male.
Forse Anna non cambierà idea.
Forse, invece, l’ “Arazzo” cambierà.
Potrebbe contenere ancora la prudenza iniziale di Anna, ma anche l’esperienza di Barbara e le nuove domande che quell’esperienza ha fatto emergere.
A quel punto il testo non sarebbe più soltanto l’esposizione dell’idea dalla quale era partito.
Conterrebbe qualcosa che nessuna delle due avrebbe probabilmente scritto da sola.
Perché lavorare sul “telaio”
C’è una differenza importante tra scrivere per qualcuno e scrivere per tutti.
Quando ogni risposta è immediatamente pubblica, siamo naturalmente portati a difendere quello che abbiamo scritto. Ammettere di esserci spiegati male, correggere una frase o riconoscere che l’obiezione dell’altro è fondata può diventare più difficile.
Sul “telaio”, invece, un intreccio è ancora materiale di lavoro.
Può essere incompleto. Può contenere un’intuizione non ancora ben formulata. Si può scrivere:
«Non riesco ancora a spiegarmi bene, ma nella mia classe è successo questo…»
e partire da lì.
Si può dissentire senza dover trasformare immediatamente il dissenso in una posizione da difendere.
Prima si cerca di capire se dall’incontro tra prospettive diverse possa nascere qualcosa che valga la pena conservare.
L’ “arazzo” è pubblico. Il “telaio” è il luogo privato in cui si può sperimentare e osare ciò che in pubblico risulta difficile.
Un luogo a bassa intensità
Non è necessario consultare il sito ogni giorno.
Non c’è una conversazione continua dalla quale si rischia di rimanere esclusi. Non bisogna recuperare decine di commenti. Non occorre rispondere rapidamente perché qualcuno sta aspettando.
Si può cominciare un intreccio, lasciarlo riposare, cercare una fonte e completarlo quando si ha tempo.
Questo è particolarmente importante a scuola, dove il problema è trovare il tempo per fare bene le cose che consideriamo importanti.
Per questo il sito Arazzi deve rimanere uno spazio a bassa intensità: si frequenta quando si ha un poco di tempo o quando qualcuno ci ha detto di aver letto un contributo particolarmente interessante. Lo si trascura quando c’è altro da fare.
La scrittura ha tempi diversi dalla conversazione. Permette di rileggere una frase, cercare una fonte, recuperare un documento, lasciare sedimentare un’obiezione e riprenderla il giorno successivo.
Proviamo a mettere questi tempi più lenti al servizio del confronto professionale tra colleghi.
Da dove cominciare
Da qui, da questo “arazzo” o da un qualsiasi altro.
Si può leggere la trama e accantonare il tutto oppure provare a contribuire cliccando sul link presente in fondo ad ogni per aggiungere un nuovo intreccio.
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